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INTERNATIONAL TAIJIQUAN KUNG FU ASSOCIATION (ITKA)
INTERVISTA AL MAESTRO GIANFRANCO PACE.
• Intervista redatta da Luciano Vida, presidente in Spagna della Chen Xiaowang World Taijiquan Association Spain, e rappresentante dell’ ITKA per la Spagna. • Domande formulate da Paco Romero, membro della Chen Xiaowang World Taijiquan Association Spain
Maestro Pace, può parlarci brevemente di come cominciò, di come si formò, del suo percorso in questi venti anni di pratica del taiji?
Avevo una ventina d‘anni. Ero appassionato di kungfu e avevo da qualche mese cominciato a praticarlo. Lessi del taijiquan in un libro, e mi appassionai all’idea di questa disciplina morbida ma potente, così la si presentava nei libri. Cominciai allora a cercare, ma anche se in Italia in quegli anni (fine anni 80, ndr) iniziava a divulgarsi, a Catania non c’era ancora nessuno che la insegnasse. Poi invece, attraverso un Maestro di bagua, Zhang Du Gan, allievo di Wang Zongfei, conobbi il Maestro Shi Ronghua, e con lui iniziai a praticare taijiquan. Questi non poté rifiutarsi d’insegnare a me. Iniziai così una formazione di tipo familiare. Andavo al ristorante di Hua e studiavo lì. Quando poi c’era bisogno di dare una mano, davo anche una mano. Ricordo feste speciali come San Valentino o l’Anno Nuovo cinese per esempio. Fu una bellissima esperienza, perchè ebbi modo di conoscere da dentro cos’era il taijiquan, senza schemi, e poi il modo di pensare dei cinesi, la loro visione del taiji, ma anche la loro cultura. Al di là di quella esperienza non ho mai vissuto in un ambiente cinese in una maniera così profonda, stando in casa con loro per diversi anni. Poi però per motivi propri il Maestro ebbe altri impegni e problemi personali, e non poté continuare a praticare neppure per sé. Così iniziai a cercare e fare diverse esperienze, anche all’estero. Conobbi anche il Maestro Chen Xiaowang e andai a Chenjiagou a studiare con il Maestro Chen Xiaoxing (fratello minore di Chen Xiaowang, ndr). Fu un momento importante perchè presi coscienza del mio taiji, ebbi modo di confrontarmi con livelli alti, e ciò mi servì e mi stimolò tanto. In fondo credo che lo studio più importante io l’abbia fatto sempre da solo, anche se guidato dai principi e dall’essenza dell’arte. Però l’approccio fu tutto mio, e non lo dico per falsa modestia, ma semplicemente perchè io cominciai a fare taiji per fare kungfu. Io non conoscevo il taijiquan, non credevo che il taijiquan fosse una ginnastica per gli anziani, perchè lessi in quel libro che il taijiquan era uno stile di kungfu. Il lento mi stava stretto, mi stava stretto perchè non capivo bene, ma piano piano comprendevo. Il lavoro del tuishou mi è servito tanto. Le mie basi si sono formate così mentre tutto il resto è stato un lavoro di programma, non di essenza. Il lavoro di essenza l’ho fatto nel corso dei primi dieci anni. Dopo, oltre al mio studio personale di approfondimento, i miei anni sono stati dedicati a sistematizzare un programma, cioè a trovare le diverse chiavi per insegnare quella che poi è l’essenza. Ho avuto anche altre esperienze, ho praticato con altri maestri, come per esempio il Maestro Wang Xi’an. Tutte queste sono state esperienze che hanno contribuito a formarmi, e credo che sarà sempre così. Anche le esperienze con gli allievi mi aiutano a migliorare il mio taiji.
Nel seminario di questo fine settimana ci ha detto che un buon lavoro della forma e del tuishou, ben guidato, porta a una comprensione e a un modo di muovere tali che le applicazioni marziali nascono da sole, che si riesce a vederle, a intuirle, senza che nessuno te le abbia insegnate. Può dirci qualcosa a proposito?
La forma è una concatenazione di movimenti. Non è difficile da insegnare e non è difficile da imparare. Ciò che è difficile da imparare è l’essenza, quello che io spesso chiamo sapore. Il sapore indica il modo in cui il corpo e lo spirito si muovono nel taijiquan. Questo si può insegnare soltanto aderendo ai principi ed al tempo stesso trasmettendo ciò con il proprio spirito e il proprio corpo. È qualcosa che non è facile da spiegare, però fa la differenza fra una forma vista come sequenza di movimenti nello spazio - uno schema - e il taijiquan: questa è l’essenza. Una volta colta l’essenza, la si porta in qualunque posto: qualunque cosa si faccia il sapore è lo stesso. Forma, tuishou esercizi di condizionamento, mattarello… il sapore è sempre lo stesso. Il problema è se non si ha questo sapore ed ogni cosa sembra nuova, ogni figura sembra nuova, ogni esercizio sembra nuovo, ma ciò accade perchè manca il taiji.
Durante il fine settimana ha detto che in generale ci sono due tipi di errore: uno è l’assenza di spirali, e l’altro si ha se le spirali non vengono da dentro. Inoltre ha dichiarato che per iniziare bisogna cominciare da fuori, e poco a poco si comprende come funziona dentro. Può spiegarcelo?
Bisogna fare una premessa. Spesso nel taiji si parla di concetti e di principi che si pensa di conoscere solo perchè compresi razionalmente. Se però questi non vengono compresi “dalla pancia”, rimangono solo enunciati che in realtà non si conoscono affatto. Detto questo, nella pratica concreta del taijiquan si parte sempre da un punto esterno. Per esempio, noi nel taijiquan studiamo i fondamentali come il chansi gong o la forma - la forma è comunque un fondamentale, la prima soprattutto - ed i fondamentali sono costituiti da movimenti del corpo. Chi lo dice che questi movimenti del corpo siano interni? Come possono essere interni se non sappiamo nemmeno cos’è l’interno? Sappiamo soltanto che il corpo si muove e cerchiamo di riprodurre i movimenti del maestro con continuità, rendendoli rotondi, ma è sempre un movimento esterno. All’inizio si ha coscienza solo di un movimento che si vede da fuori; cerchiamo di riempire questi movimenti con i princìpi che abbiamo ascoltato, che abbiamo compreso razionalmente, ma in realtà è un lavoro esterno. Soltanto la pratica, piano piano, fa diventare il lavoro della forma un lavoro interno. Quindi riuscire a creare le spirali nel movimento, aiutati da un maestro che dirige e controlla che questi movimenti siano corretti, è il primo passo per interiorizzare quello che è il movimento interno del taijiquan. Tutti parlano di stile interno. Per esempio è comune sentire dire da una persona che magari fa taiji da un mese, che pratica uno stile interno, che fa un lavoro interno. Invece ciò che fa è guardare il maestro che si muove e tentare di copiarlo con il proprio corpo. Questa è la verità, il punto iniziale del percorso è questo. Da qui, da un lavoro esterno si arriva al lavoro interno. Sicuramente, rispetto agli stili esterni, si enfatizzano certi elementi che sono tipici degli stili interni, e che quindi in teoria dovrebbero portare prima verso l’interno, ma resta il fatto che si comincia sempre da un punto esterno. Ed è questo che va regolato, non solo nella postura ma anche nel movimento (che è qualcosa di un po’ diverso).
Il Maestro Gianfranco Pace stimola molto nella propria scuola la pratica marziale tradizionale del taijiquan. Una parte molto importante che, di fatto, è l’origine di questa disciplina. Cosa pensa di quei praticanti che dopo cinque, sei, sette anni non sanno tirare i pugni e quando li ricevono non sanno difendersi? Senza considerare in questo caso coloro i quali praticano taiji con altri obiettivi che non siano l’aspetto marziale.
Anche qui devo fare una premessa. Il taijiquan è un’arte bellissima, affascinante, che dà la possibilità ad ognuno di noi di esprimersi. Ciò significa che ognuno può praticare e può insegnare taijiquan in maniera molto diversa, e lo si può fare per motivi e con idee completamente differenti. Quindi va benissimo chi fa taijiquan per la salute, chi fa taijiquan a livello energetico, chi lo fa per fare propria una filosofia affascinante che può essere anche un modello di vita, e può così arricchire e migliorare la qualità della nostra vita. Per queste ragioni non c’è nessun giudizio da parte mia, nel senso che è giusto che ognuno si esprima per quello che è. A proposito poi dei praticanti di taijiquan che dichiarano di praticare un’arte marziale ma spesso non hanno destrezza marziale, credo che per questa realtà ci siano diverse cause. Anzitutto penso che da qualcuno bisogni imparare, perciò è necessario che ci sia un maestro che proponga questo tipo di lavoro, se lo ritiene opportuno. Ciò significa che il lavoro deve essere indirizzato in questo senso, cioè nella direzione di un’arte marziale che va dunque studiata come tale. Di conseguenza, le scuole che propongono il taijiquan come arte marziale dovrebbero svolgere un lavoro a livello marziale. Perché non è bello che dopo dieci anni di studio di un’arte marziale non si sappia tirare un pugno, e credo che nessun maestro che professi di praticare e di insegnare il taijiquan come un’arte marziale possa esserne contento. In conclusione, piuttosto che dire qualcosa a tutti i praticanti, sento di volermi rivolgere onestamente a tutti i maestri di taijiquan, perchè se hanno idea di insegnare un’arte marziale, occorre che si impegnino seriamente a farlo.
Una maniera di contribuire nella divulgazione dell’aspetto marziale del taijiquan è quella di proporla ai giovani, i quali non pensano di trovare un’arte marziale in una scuola di taijiquan. Da qui è nato un programma per bambini e giovani, che stiamo conoscendo qui a Barcellona. Può spiegarci un po’ la struttura di questo programma?
Il programma è stato strutturato in modo da rendere fruibile, accessibile ai più giovani la pratica del taijiquan. Purtroppo oggi il taijiquan non rappresenta un’alternativa alle altre arti marziali, e dico purtroppo per quanto abbiamo detto prima. Ormai al taijiquan si dà soltanto una connotazione di ginnastica salutare, e questo ha fatto sì che i più giovani e tutti quelli che si interessano alle arti marziali si siano allontanati dal taijiquan, perché non trovano quello che cercano. La ragione di ciò non sta nel fatto che occorre molto tempo per imparare, ma perché effettivamente questo aspetto non viene insegnato. Così io, per cercare di invertire questa tendenza (ovviamente nel mio piccolo, nel mio piccolo mondo, che è aperto perchè spero di poterlo fare realmente in tutto il mondo, e spero che qualcosa cambi anche stimolando altre persone, altri maestri...) ho sistematizzato un lavoro che comunque è tradizionale in sé. Cosa vuol dire questo? Ciò vuol dire che si studiano i fondamentali dello stile, le spirali, anche in modo più dinamico, per i più giovani, per i ragazzini, perchè è giusto che si innamorino di una disciplina prima di fare dei sacrifici per impararla. Perciò ritengo che sia giusto proporre un lavoro che catturi la loro attenzione, che dia loro una certa soddisfazione, la soddisfazione che poi è il motore di una pratica futura. Quindi è inutile cominciare con esercizi che, per quanto validi, risultano noiosi a una persona giovane. Cominciamo a far vedere loro che il taijiquan è un arte marziale, che funziona, dimostriamolo, e a quel punto i ragazzi sono - questa è una mia esperienza diretta - disposti a fare degli esercizi come il palo immobile, o esercizi che sono meno dinamici, ma che indubbiamente sono importanti. Quindi il programma è strutturato sostanzialmente in modo abbastanza semplice. C’è una parte ginnica, semplice, solo per allenare tendini e muscoli, poi c’è una parte posturale per allenare la corretta struttura. Ci sono tecniche di base, non tecniche codificate: come tirare un pugno, un calcio, enfatizzando le caratteristiche del taijiquan come i movimenti a spirale e i movimenti esplosivi. Ho sistematizzato due piccole forme estrapolando le figure da forme tradizionali (le due paochui), in maniera tale che le prime forme del programma rappresentino maggiormente il fine di quelle forme che sottolineano l’aspetto marziale, e sicuramente le paochui esprimono tale aspetto. Se viene compreso bene il senso di tale programma, grazie ad esso non solo si può insegnare ai bambini e ai ragazzi, ma si può anche insegnare il taijiquan come quan e non soltanto come ginnastica.
Abbiamo praticato il taiji Bang, ossia il mattarello del taiji, che è un lavoro conosciuto pochissimo qui in Spagna, e ci siamo resi conto che è un lavoro molto valido. Può parlarci un po’ di questo metodo, di come funziona e di quest’esperienza con il mattarello?
Il mattarello è un esercizio valido come lo sono in realtà tanti altri esercizi. Oggi per un maestro è importante avere a disposizione tante chiavi, perchè grazie a queste chiavi, non solo si può dare la possibilità all’allievo di comprendere l’essenza, ma si può dare anche la possibilità di entusiasmarlo. L’entusiasmo si deve creare, è un elemento fondamentale, perchè dà la spinta a praticare. Se io annoio qualcuno, quello nemmeno mi ascolta, mentre se io lo entusiasmo quello aprirà bene le orecchie e mi ascolterà. Io non considero questo esercizio soltanto una chiave per insegnare, ma anche per entusiasmare, quando questo accade. Sicuramente se non accade in questo modo, cercherò, utilizzerò un altro modo, un’altra chiave. In particolare, il lavoro con il mattarello è molto utile per sciogliere le giunture e rafforzare la struttura, perché si lavora in estensione con le fasce muscolari, ed è molto utile per lavorare in una stretta connessione tra articolazione, muscolo e tendine, e quindi sul concetto di connessione non soltanto strutturale, ma anche energetica, per la possibilità che il mattarello dà di unire il corpo in un circuito unico. Quindi il mattarello dà in sé la possibilità di comprendere il concetto di connessione, fondamentale nella pratica del taijiquan. Negli esercizi che si praticano ci sono in realtà tante applicazioni di leve, di prese, ecc. ecc. Soprattutto in una disciplina dove la presa viene allenata pochissimo, il mattarello è un modo valido per esercitarla, anche perchè la presa viene guidata, ed è così possibile comprendere come l’aspetto yang della presa sia anticipato e seguito dall’aspetto yin, che a sua volta si trasforma ancora. Dunque è un lavoro molto sottile, che ha in sé tutte le difficoltà del taijiquan. La forma non è più semplice da eseguire rispetto al mattarello. È un’illusione pensare che il mattarello sia semplice e la forma complicata, o che il chansigong sia più semplice. In realtà quello che vogliamo ottenere è la corretta gestione del movimento a 360 gradi, quindi il movimento interno integrato con il movimento esterno, il movimento della mente, l’idea con il movimento del corpo. Quindi, la complessità dell’esercizio è pari alla complessità dell’arte.
Riferito in parte alla domanda precedente, il lavoro con la palla elastica sembra molto interessante. Cosa può apportare?
Spero di poter lavorare con la palla la prossima volta, e spero di farlo vedere a una larga schiera di praticanti, anche a chi non pratica lo stile Chen, perché questo è un lavoro che può interessare tutti i praticanti di ogni stile di taijiquan, ed anche i praticanti di altre discipline. Il lavoro con la palla elastica è nato casualmente come spesso accade. Non ho mai pensato di voler creare qualcosa di nuovo e di diverso, e non ho nemmeno mai pensato che fosse importante per me fare qualcosa di singolare. Un giorno, per caso mi sono trovato a giocare con quella palla, e giocandoci, ripeto, casualmente, mi sono reso conto che poteva essere d’interesse, che poteva essere un’altra chiave per poter non solo interessare, ma anche per capire e coltivare le qualità del taijiquan. Il lavoro è abbastanza semplice, con una palla di un diametro di 55 cm che viene poggiata ad un muro e viene tenuta aderente al muro con il nostro movimento, il movimento tipico del nostro stile. In realtà all’inizio ho fatto un lavoro del tutto libero, con movimenti di adesione, di percussione, ma poi ho capito che per insegnare dovevo spiegare meglio, dovevo essere più chiaro. Ho codificato otto esercizi: ognuno di essi rappresenta una delle forze del taijiquan. Quindi studiando queste otto forze, questi otto esercizi, è possibile interpretare un lavoro libero applicandole insieme e percuotendo la palla. È un lavoro molto dinamico, divertente e utile. È un lavoro piuttosto semplice ma anche abbastanza importante. Teniamo conto che molti praticanti non hanno la possibilità di verificare il lavoro che fanno con un compagno, e anche se la palla non ha lo stesso valore di un compagno, può essere un’ottima alternativa al lavoro a coppia, per quanto sia sempre meglio praticare con un compagno. La cosa bella della palla è che non sbaglia mai, la palla assorbe la forza, la assorbe e poi te la ridà: tanto le dai, tanto ti restituisce. È molto bello vedere, quando insegno la palla, che molti praticanti danno tanta forza alla palla e la palla gliela restituisce, e loro vengono sbalzati fuori dalla loro stessa forza. Penso che già questo possa lasciare intuire l’importanza di questo tipo di lavoro. Colgo l’occasione per invitare tutti quanti a partecipare al prossimo seminario, perchè credo che possa essere utile a tutti i livelli.
Un aspetto molto interessante che emerse la prima volta che venne qui a Barcellona fu l’importanza che dà al tuishou con una mano prima di passare al tuishou con due mani. Può fare un commento su questo?
In molti oggi praticano tuishou con una mano, con un braccio, essendo un fondamentale. Ci sono molte modalità e noi ne abbiamo studiate cinque. Ogni modalità pone l’accento su un aspetto del tuishou e del taijiquan in generale . Il primo esercizio è molto duro da praticare se praticato seriamente. Il braccio viene piegato ad arco, l’angolo del gomito non cambia mai, il braccio rimane disteso in avanti; il tronco, condotto dalla vita e dalle gambe, ruota, e ad assorbire la forza è soltanto il centro, mentre a sostenerla è il braccio. Questo secondo me è l’esercizio meno bello di tutti gli esercizi di tuishou, ma quello a cui tengo di più proprio per contrastare un certo tipo di taijii. Perchè dico questo? È un esercizio duro, perchè dopo poco tempo il braccio inizia a far male, si sentono i muscoli che si induriscono, si sente un lavoro fisico duro che, al di là di quello che possano dire tutti, fa molto bene. In realtà l’idea è quella di ruotare il centro, ridirigere la forza del nostro compagno, portarla fuori e reindirizzargliela contro tenendo sempre il braccio nella stessa estensione. Fare questo con una pratica seria, darà la possibilità di esercitare una profonda connessione. È un esercizio di base, che di solito si fa per principianti che come tali non riescono a fare altro che irrigidire. Ma per quanto possa fare male e i muscoli possano lavorare, la costante pratica di quest’esercizio renderà il corpo realmente connesso e darà l’idea del fermo, che spesso è l’elemento che manca nei praticanti di taijiquan. Ad essere sincero credo che questo sia l’esercizio più importante per ottenere la connessione e la fermezza, che è una questione di forza. Gli altri sono esercizi più sottili relazionati con la cedevolezza, esercizi di tuishou e di ‘condizionamento’, che negli stili esterni sono atti a rendere gli arti forti, duri, impenetrabili, mentre noi li chiamiamo di ‘condizionamento’ perché tendiamo a ‘condizionare’ il nostro corpo a un movimento sottile, sensibile, leggero, preciso, efficace, e nascosto (cioè nascondiamo l’intenzione all’avversario).
In un paio di occasioni ha espresso l’opinione che il taijiquan in realtà per noi non è naturale. Può spiegare meglio questo concetto?
Anche qui devo fare una premessa. A molti, soprattutto a chi fa taijiquan come ginnastica, o a chi trova - diciamo - elementi di spiritualità in poco tempo, io direi sempre che la pratica del taijiquan è come un albero che cresce. Quando si pianta un seme, in realtà il seme non va mai subito verso l’alto, ma prima va verso il basso, si radica e piano piano cresce, e man mano che va verso l’alto, continua a crescere verso il basso. Ciò significa che bisogna stare sempre con i piedi a terra man mano che si cresce, altrimenti si rischia di tenere la testa troppo in alto e volare su, e perdere il senso della realtà. Per quanto riguarda la naturalezza, il taijiquan si basa sul principio yin e yang con il quale si può spiegare qualsiasi cosa in questo mondo, e quindi in questo senso il taijiquan è naturale, ma per noi non è così. Noi resistiamo alla forza con la forza e quindi reagiamo alla forza con la forza. Per noi non è così naturale il concetto di morbido, del mutamento di fronte alle cose, siano esse un pugno o un’avversità di altro genere. Questo atteggiamento non è facile da assumere, visto che di solito contrastiamo, resistiamo prima di cedere, e questo provoca dolore. Poi in realtà alla fine siamo costretti a cedere, perchè l’uomo è un essere che si adatta capendo che per vivere e sopravvivere deve cedere. Il taijiquan va quindi compreso, va compreso che non è naturale per noi. Bisogna cambiare, e ciò significa che occorre cambiare il nostro modo di sentire, il nostro modo di essere attraverso il movimento del corpo, cambiare anche il nostro modo di pensare. Così è possibile che al cambiamento si agisca in maniera repentina, senza contrastare, cedendo. E sottolineo che cedevolezza è qualcosa di molto diverso di arrendevolezza. Cedevolezza è qualcosa che viene utilizzata per sopravvivere, per vincere. Non si cede per soccombere, ma si cede per rinascere, e questo è un concetto importantissimo che può essere utilissimo nell’arte marziale, ma io dico ancora di più nella vita, e se si riesce a comprendere questo, veramente il taijiquan può aumentare la qualità della nostra vita.
È importante il condizionamento fisico (come le corse, saper tirare pugni, o altre tecniche che si praticano nel Kungfu di Chenjiagou, che permettono al corpo di essere forte) per sviluppare le qualità del taiji?
Non c’è una correlazione stretta, dato che praticando taiji si diventa forti, correre e saltare non è indispensabile. Diciamo che il fatto che io abbia inserito queste pratiche nel programma è più un discorso didattico che per raggiungere un risultato. Se ci sono bambini, ragazzini o comunque giovani che praticano, farli correre, saltare, scaricare, è una cosa positiva. Il taijiquan non ha bisogno di un lavoro prettamente fisico per avere un corpo condizionato. Basta praticare taijiquan e il corpo si condiziona.
La spiegazione che ci ha dato sul “doppio peso” oggi è stata molto chiara. C’è molta letteratura che si esprime sul “doppio peso”, e se anche praticando la forma è meno facile cadere in questo errore, quando pratichiamo tuishou stiamo spesso in “doppio peso” e non ce ne rendiamo conto. Che spiegazione ci darebbe e cosa raccomanderebbe per evitare di cadere in questo errore?
La raccomandazione è di conoscere il principio. Il principio è come una strada che ti porta nel posto dove tu vuoi andare: se tu non conosci il principio, non conosci la strada per andare in quel posto. Quindi non conoscere realmente cosa vuol dire errore del doppio peso, significa non aver percorso quella strada e si può rischiare così, se la strada non è tracciata, di girare in tondo per arrivare sempre allo stesso punto. È perciò fondamentale avere una strada molto chiara da seguire, e poi, ovviamente, in base al proprio tempo e a tanti fattori, quella strada si percorre. È indispensabile conoscere il principio a fondo per poterlo applicare nella pratica. Per quanto riguarda il confronto fra il tuishou e la forma, io non sono d’accordo che sia più complicato nel tuishou e meno nella forma. Se nel tuishou è più difficile è solo per il fatto che c’è una forza esterna che agisce su di noi, e quindi il rispetto di ogni principio del taijiquan è più complicato; ma non è più complicato in sé, perchè così come stare correttamente strutturati è più critico se c’è un’altra forza che spinge, allo stesso modo è più difficile non commettere l’errore del doppio peso nel momento in cui c’è una persona che mette in discussione il nostro equilibrio. Per quanto riguarda la forma, io credo che la mancanza di mobilità nelle gambe di ogni praticante di taijiquan sia strettamente correlata alla correttezza o scorrettezza nella pratica della forma. Non è possibile praticare correttamente, facendo quindi attenzione a non commettere l’errore del doppio peso, e poi commetterlo. Non è possibile, perchè la forma praticata correttamente è un condizionamento così forte che poi diventa parte di te. Non è possibile ‘zoppicare’, cioè perdere il centro costantemente per tenere e recuperare la posizione centrale, non è possibile non sapere muoversi e destreggiarsi nello spazio dopo tanti anni di pratica della forma. Non è possibile, perchè la forma insegna questo. Allora, o si è praticato male la forma, o non si è mai praticato la forma, ma non c’è altro motivo per il quale non ci si debba saper muovere. La pratica della forma può essere paragonata a quando un bambino impara a camminare, e che una volta che sa camminare, cammina. Prima camminerà piano piano, poi camminerà con disinvoltura, dopodiché non avrà bisogno di nessun altro esercizio per camminare andando a destra, a sinistra, o su e giù, sa camminare e basta. Sai fare la forma, sai distribuire pieno e vuoto, e quindi lo sai fare. Non c’è un altro esercizio per poterlo fare.
Quindi quando parla dell’immobilità si riferisce all’alternanza di pieno e vuoto?
L’immobilità in questo senso la possiamo spiegare con il concetto del peso su un solo punto. Il movimento è il cambio continuo di quel punto, ma siccome di un punto sempre si tratta, nella mobilità c’è l’immobilità, perché si mantiene sempre solo un punto di contatto. Avviene il movimento, anche velocemente ma è sempre su un punto. In realtà non è facile spiegare il concetto della mobilità nell’immobilità così, in due parole. Pero è qualcosa che si può sentire realmente.
Vista la sua esperienza, cosa direbbe a quei praticanti che lavorano e che non possono dedicarsi professionalmente al taijiquan? Ritiene che con un’ora o due di pratica al giorno si possa ottenere un buon livello nel taijiquan, o no?
L’insegnamento non è mai un fine. Voglio dire che spero che nessuno pratichi in un certo modo, con un certo impegno, solo perché deve insegnare. Spero che tutti pratichino perché hanno una motivazione forte nel praticare. Questa motivazione può cambiare, e a seconda della motivazione le metodologie e le direzioni di pratica sono differenti. Se si ha l’idea di praticare un’arte per il benessere psicofisico o energetico, allora la forma sicuramente è lo strumento principale. Se il nostro interesse nello studio del taijiquan è marziale, benché la forma continui ad essere l’oggetto principale del nostro studio, accanto a questa è necessario sviluppare tutta una serie di lavori che abbisognano di tempo, di sacrificio, di energie spese, e quindi un’ora o due ore al giorno non sono tante, anche se due ore al giorno costanti – e costanti significa ogni giorno - sicuramente possono portare a discreti risultati. Certo è che se invece di due fossero quattro sarebbe meglio.
Per concludere, due parole per gli studenti di Barcellona? Ho visto interesse, entusiasmo, apertura, voglia di studiare. Ho visto apertura e attenzione non soltanto in chi ha proprio l’interesse di studiare l’aspetto marziale del taijiquan, ma anche nelle altre persone che intendono conoscere il taijiquan per quello che è. Questo mi fa molto piacere, perché purtroppo si tende a snaturare una disciplina per renderla ad uso e consumo degli utenti, e ciò è responsabilità degli insegnanti ma anche degli stessi praticanti. Per me è una bella esperienza, è sempre una bella esperienza insegnare. In realtà apparentemente sembra che uno solo dia tanto, mentre invece anche io ricevo tanto ogni volta che insegno. Ringrazio Luciano per il fatto che dia questa possibilità, e perché dà modo di studiare il taijiquan anche sotto aspetti e - mi permetto di dire - con metodi che sono un po’ differenti da quelli che si conoscono di consueto. Per questo tutti i praticanti - a prescindere dal fatto che inviti me - dovrebbero ringraziare Luciano. Di solito noi rimaniamo molto attaccati alla nostra visione della cosa un po’ perché ci serve, ci dà sicurezza, perché il cambiamento ci fa paura. Così nessuno è disposto a mettersi in discussione, perché mettersi in discussione significa anche perdere degli equilibri. Però la verità è che cresce solo chi mette in discussione certi equilibri. Gli altri in realtà poi diventano come l’acqua che stagna.
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